Il copione è quasi sempre lo stesso. La struttura sente il bisogno di "farsi conoscere", contatta un'agenzia, riceve un preventivo che include sito, social, campagne e magari un gestionale. Firma. Dopo dodici mesi le agende non sono cambiate in modo misurabile, ma nessuno sa dire con precisione se il problema fosse la campagna, il prezzo delle prestazioni, il centralino che perde chiamate o semplicemente una domanda locale già satura. Il budget è stato speso su un'ipotesi mai verificata.
Il punto critico non è la qualità dell'agenzia: è che la struttura ha delegato la strategia a chi vende l'esecuzione. È come chiedere al fornitore di apparecchiature quale reparto aprire. Un consulente marketing sanitario indipendente ha un interesse diverso: non vende campagne, quindi può dirti anche che una campagna non serve, che il problema è nel percorso di prenotazione, o che il posizionamento della struttura è troppo generico per competere sulle parole chiave che stai comprando.
In sanità, poi, l'errore costa doppio. Oltre al budget bruciato ci sono i vincoli deontologici e normativi: un messaggio promozionale scritto come per un e-commerce può esporre la struttura e i suoi professionisti a contestazioni ordinistiche. Prima di spendere serve qualcuno che conosca sia il marketing sia il perimetro entro cui il marketing sanitario può muoversi.